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l’orologio a cucù

l'orologio a cucù

STORIE NERE 
Serie Sexy Halloween 

L’OROLOGIO A CUCÙ

Ci stava una donna alquanto strana tra l’angolo della ventisettesima e Candon Street, una donna grassa come mai ne ho viste e dai tratti afro parecchio esasperati. Sono certo di non aver mai visto una più brutta, non chiedermi come ci son finito a letto perché me lo domando pure io.
Io Johnny Carter ne ho fatte di stronzate ma questa le batte tutte. Ero ubriaco e credo anche drogato, non chiedermi nemmeno come finì in questo modo in quel locale, e più lunga se te la racconto è questa faccenda della negra affamata di cazzi. E credo tu non voglia romperti, ma te ne dico lo stesso qualcosa.
Mi pagò profumatamente, ma mica solo questo altrimenti chi anche solo varcava quella casa… era già quella solo inquietante.

Non credo avesse sessant’anni, ma sembrava molto più vecchia. Aveva strane cose là, vecchie bambole di porcellana, vecchi giocattoli appartenuti a chissà chi. Un cavallo a dondolo zozzo di pelo azzurro, ormai grigio scuro. Un cazzo di orologio a cucù che faceva un baccano ogni ora e ogni mezz’ora, e Buon Dio, quella carta da parati e quei divani duri pieni di polvere. Lei non si occupava d’altro che guardare tutto il tempo fuori dalla finestra, Bella Rose Morris così si chiamava era evidentemente pazza stava tutto il tempo a fissare i passanti e tra sue stranezze cucinate e qualche sferruzzo a maglia si masturbava con stimoli sempre più perversi e malati. Perché Bella era stata una ragazza carina, non ti dico bellissima ma affatto male sai. Ad un punto non so cosa sia successo, ma credimi sul fatto che le due erano la stessa persona e niente c’entravano.
Se non fossi stato il lurido figlio di puttana che conosci, mi sarei intenerito per lei. Per la sua faccia grassa all’inverosimile e credo in passato sfigurata, era conciata male insomma. Che esperienza! Ma questo Johnny non c’è più. Esatto.

Mi aspettava. Aveva già l’acquolina e tremava tutta. Era riuscita nel suo intento, e io non ci potevo nulla.
Mi versò del the caldo, mi offrì dei biscotti grossi di aspetto strano e strapieni di zucchero e chissà cos’altro. Rifiutai gentilmente e fui amabile, ero altro dal Johnny solito e fu strano questo più di tutto il resto. Ma te l’ho detto, non potevo altrimenti, non solo in compenso ma anche in ricatto e intimidazione da parte loro. Tu sai chi.
Mi sentii strano, sì. Che ci facevo lì? Ero visibilmente nervoso. La negra ovviamente lo vide subito, ma non se ne ebbe a male. Era abituata a suscitare questo.
Quella camera dopo una scalinata stretta e interminabile era praticamente lugubre, buia e piena di ragnatele. Puzzava di chiuso, l’odore che faceva anche Miss Morris. Che strano, davvero strano… mi ripetevo tra me come una litania… ormai ero lì. Crocifissi ovunque e altri giochi vecchi, un carillon stonato che adorava.
Perché mi diventò duro come il marmo a un punto e a lungo? Non riesco a capire e non riesco a ricordare.
Miss Morris iniziò ad accarezzarmi. Lo fece con dedizione e amore, questo mi agitava peggio ancora, ma già mi aveva legato con le manette come da accordi. Ripetevo in me la stessa frase, come per aver presente lì cosa sentissi cosa provassi. E mi sentivo strano infine, solo strano e nemmeno più disgustato.

La Morris era dolce, ci sapeva fare. Questo era orribile! Era spiacevole e piacevole, ero confuso e più non capivo. Gridai di essere risparmiato ma non tanto l’insistenza, quanto gli occhi della Morris. Erano azzurro scuro??
Come mai una negra con gli occhi blu? Si era messa delle lenti colorate? E perché c’era in fondo al corridoio una camera chiusa? Perché c’erano tutti quei suoi parenti a guardarci dalle loro cornici sul mobile di legno scuro? Come mai in una di quelle fotografie lei ragazzina stava tra tanti vecchi? E perché quell’armadio…
Di nuovo! Il cazzo di cucù! Non capisco più nulla! Devo scappare da questa faccenda!
Aveva sì delle enormi tette, ma la faccia faceva paura! Perché allora…?
Mi segava senza pietà. Era eccitata, si bagnava ripetutamente le labbra quelle grosse e grandi labbra marroni che passava con la lingua rosa acceso. Le sue tettone erano bagnate di sudore. Le aveva enormi e incredibili e quei neri capezzoli.

I suoi capelli erano tutti scompigliati e crespi e ne era ancora meno guardabile, e per non dirti delle facce che faceva.
Perché sono venuto potentemente e più di una volta?
Fui sconvolto, amico. Non so dirti perché Miss mi faceva tenerezza, o se perché più la trovavo spiacevole, non so perché dopo l’orgasmo invertito venni ancora fortemente e bene. Non fu male però. No.
Perché Miss era qualcosa di me, ed io ho sempre indugiato nel dispiacere e nella bruttezza. Nella miseria.
Non la rividi mai più. Ma capii un fatto. Le lasciai una rosa, e mi passò per un pezzo la voglia.
Quella voglia che mi aveva portato in un mare di guai. Vidi lei, e gli altri e me con occhi nuovi. Occhi non più offuscati dall’ossessione.

Mi aiutò a trovare più valide donne, valide persone attorno. Fu l’occasione per sentirmi finalmente bene.
Mi resi conto che raggiunta questa tranquillità e senza apparire più un allupato disposto a tutto e tutte, intrigavo. Le ragazze dapprima si stranivano, ma piacevolmente. Era eccitante per tutte loro l’idea di raggiungermi e sedurmi finalmente. Dopo un po’ superai Rose il suo ricordo.
Era bellissimo guardare il mondo con occhi meno condizionati dal desiderio, vedevo molto di più. Fu un tratto bellissimo amico. È dirti poco. Mi spiace sia terminato. Sapevo poteri e comunque piaceri che ora non ti so dire. Intensi.
Ero capace di cose magiche, di comprensione, di bellezza anche. Non sto scherzando sai amico.
Mia moglie mi conquistò finalmente, la più bella topa sulla faccia della terra. La fase finì come ricordo sublime, al suo cospetto mi sbottonai i jeans più arrapato che mai….
Mi succhio’ e non credo sia mai esistito orgasmo così. Venni copiosamente da imbrattare tutto e oltre. In questo sentii per un breve istante anche un vecchio rumoroso cucù.

 

 

 

 

disegni e storia sono una proprietà intellettuale di Roberta Gelsomino

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